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Sicilia - Parte I

Sicilia: la più grande, la più bella isola del Mediterra­neo! E anche, non dimentichiamolo, nel quinto secolo prima di Cristo, grazie a Siracusa, la più potente: più della stessa Atene, faro del mondo! Fu il suo secolo, furono i suoi tempi d'oro. Di essi sopravvivono non solo rovine ma anche monumenti, talora quasi integri. Siamo, infatti, nella regione archeologicamente più ricca d'Italia. Taormina, Siracusa, Agrigento, Selinun­te, Segesta, Tindari, sono solo le tappe più famose di un "itinerario archeologico" che non ha l'eguale, da noi, per numero e qualità di monumenti. In alcuni di questi, come, per esempio, nei teatri, si avverte quasi sempre l'intervento di Roma sulle strutture più anti­che. In altri — e alludiamo ai templi di Agrigento, di Selinunte, di Segesta — rifulge la tradizione greco­dorica. O meglio, va subito detto, siceliota, cioè gre­co-sicula. Che, fin dai tempi più remoti, la "sicilianità" fu un filtro che interpretò i modelli venuti da fuori secondo il proprio genio. Fu, questo genio, un senso del grandioso, del scenografico, perfino dell'iperbolico e insieme, della pienezza decorativa perchè nulla fosse lasciato inerte, senza espressione. Tradotto in termini letterari: un linguaggio quasi magniloquente e, nello stesso tempo, cesellato, fino al sofisma... Un linguaggio anticlassico in piena età classica. Ma torniamo all'e­sempio dei templi: alcuni sono, anzi erano, infatti, fra i più giganteschi dell'antichità e, parimenti, ostentava­no un manto decorativo a stucchi colorati di inesau­ribile dovizia. Questa "sicilianità" l'avvertiamo fin dai tempi antichi proprio perchè in essi la Sicilia ebbe una sua vita, una sua politica e quindi, in certi casi, anche una sua arte. Dalla dominazione di Roma in poi, infatti, fu tutto un susseguirsi di sudditanze che peraltro consentirono in varia misura, come stiamo per dire, l'espressione del temperamento artistico iso­lano. E a proposito di Roma, non si dimentichi che la Sicilia, oltre ad altre belle testimonianze di quei tempi, vanta, a Piazza Armerina, il più vasto comples­so musivo della tarda romanità: si ritiene che qui gli artefici fossero nordafricani ma certe espressioni di fu­rore e di spasimo nei volti di Ercole e dei giganti bene si accorderebbero con lo spirito, come si e detto "ma­gniloquente" degli indigeni. E attendiamo, ora, che il recentissimo rinvenimento di un vasto edificio romano presso Noto, anch'esso rivestito di mosaici, ci riveli, forse, altri orizzonti espressivi.

Sfogliamo ora molti secoli di storia per arrivare, in pieno Medioevo, ai tempi normanni. E qui ci si propo‑ne, come per l'antichità classica, un "itinerario nor­manno" di pari bellezza e interesse del primo: le sue tappe fondamentali sono Cefalù, Palermo, Monreale. I monumenti normanni sono frutto, oggi si direbbe, di un "compromesso" artistico che allea architetture nordeuropee, motivi strutturali e decorativi arabi non­chè un patrimonio preziosissimo di mosaici — forse il più grandioso d'Italia — nel quale s'avvertono, vol­ta a volta, accenti mediorientali, bizantini e occidentali. E se qui l'apporto siciliano rimane in dubbio e, co­munque, in sordina, già si fa più sonoro nella successi­va architettura o meglio nella decorazione architet­tonica dell'estremo periodo gotico. E' questo il gotico d'importazione spagnola (gotico catalano) nella cui se­vera orditura di volumi fioriscono, ai portali, ai fine-strati, sulle cimase, rabeschi decorativi fini come ce­selli: è lo "stile chiaramontano" presente in più luo­ghi in Sicilia, ma soprattutto a Palermo e nelle sue terre: nel quale si sente, divertita e trillante, la voce per così dire "esornativa" della "sicilianità". La quale si fa più tardi coro tonante, di cento, di mille voci, nell'età barocca e, soprattutto nella sua ultima fase, in quella settecentesca. Sicchè un "itinerario barocco" coprirebbe quasi l'intera Sicilia. Lo troviamo, infatti, questo stile, disseminato in interi quartieri di Palermo (per non parlare di chiese e di palazzi di singolare incanto) e in tanti altri centri dell'isola. Ma, con fre­quenza e fascino particolari, nelle città dell'angolo sudorientale che l'apocalittico terremoto del 1693 di­strusse o per gran parte rovinò. Si vedano Catania, Siracusa, Ragusa, Modica, ma principalmente quel ca­polavoro che è Noto, interamente rifatto dopo il ter­remoto. Un barocco in cui la "sicilianità" trionfa, ove sempre palpita il sangue, la fantasia vola in cieli nuovi di bellezza.

A questi accenni al patrimonio architettonico isola­no non possiamo far seguire, nemmeno per sommi ca-pi, dato il carattere estremamente suntuario del no­stro scritto, informazioni relative alla scultura e alla pittura. Ma non ci è consentito ugualmente sottacere l'ammirato stupore che ci prende, in tante sale di mu­sei archeologici isolani (e di Lipari), di fronte alla grazia, all'eleganza delle ceramiche dipinte venticinque secoli fa — e spesso qui giunte dal mondo greco — o di fronte alla forza espressiva di certe sculture — e qui alludiamo ad alcune metope dei templi di Selinunte —nelle quali ultime s'esprime a pieno il genio siceliota. E, saltando al pieno Rinascimento, ricorderemo le in‑numerevoli statue modellate dai Gagini — di lombarda prosapia — e dai Toro seguaci, che troviamo nelle chie­se e nei musei di Sicilia: statue sempre di corretta fattura che, in alcune opere di Domenico e di Anto­nello Gagini, si trasfigura in poesia. Altri grandi mae­stri della scultura che operarono in quei tempi in Sicilia: il dalmata Francesco Laurana (il suo capolavoro è alla galleria nazionale della Sicilia di Palermo) e, ormai in piena età barocca, il palermitano Giacomo Serpotta, ambedue seguiti da vasto stuolo di seguaci. II Serpotta, poi, così esuberante e sensuoso, trepido e tenero, è un corifeo di "sicilianità".

Parimenti, per la pittura, ci soffermeremo solo su alcuni nomi sommi il primo è Antonello da Messina — il massimo pittore isolano di tutti i tempi — i cui dipinti sono nei musei di Messina, Siracusa, Cefalù e Palermo. La sua "sicilianità" non si esprime tanto in un atteggiamento formale quanto nei caratteri fisiono­mici dei personaggi dipinti: si osservino i volti delle sue Madonne e, più ancora, quello del Ritratto di ignoto di Cefalù, col suo sorriso sornione. Il secondo è i1 lombardo Michelangelo da Caravaggio, profugo da Malta in Sicilia, e ormai già vicino al tragico traguardo dei suoi giorni. Di lui ammiriamo grandi tele nel mu­seo di Messina e nella chiesa di S. Lucia al Sepolcro di Siracusa (quella dell'oratorio di S. Lorenzo di Pa­lermo non è stata ancora, purtroppo, recuperata): altrettanti drammatici brani della sua ardente, soli­taria poesia. Moriva il Caravaggio e da poco era nato l'altro grande pittore siciliano: Pietro Novelli di Mon­reale — vicino alla finezza analitica del Van Dick ma con accensioni di colore caravaggesche — il cui capola­voro è nell'ex convento dell'abbazia di Monreale.

Anche in Sicilia convivono, con le "arti belle" le cosiddette "arti minori" che assolvono a compiti es­senzialmente decorativi e che spesso costituiscono qual­cosa di più di saggi d'abile artigianato: esprimono, cioè, con immediatezza particolare, lo spirito genuino di un popolo. Perciò sono frequenti gli agganci fra queste arti e il folklore. Si vedano, in Sicilia, due casi tipici di questo connubio: "l'opera dei pupi" e i "car­retti". La prima, sorta forse agli inizi dell'Ottocento, era destinata soprattutto ai ragazzi e agli spiriti amanti dell'avventura: i sontuosamente agghindati e provvisti talora di sussidi meccanici, tra­mandavano su piccoli palcoscenici le eroiche leggende ispirate al ciclo carolingio, alle storie dei paladini di Francia, dei crociati e, dopo il 1860, dei garibaldini. Catania e Palermo furono i centri di maggior fioritura di quest"'opera" che oggi va sempre più rarefacendosi. Gli stessi temi dell'"opera dei pupi" ricorrono con ingenui ma talora sapidi dipinti, sui fianchi dei "carret­ti siciliani" che, in realtà, sono tutta un'orgia cromatico-decorativa che coinvolge carretto e asinello mentre i musicanti, in abito nero rituale, portano in giro l'aria di festa. Per il resto il folklore siciliano e tuttora il più ricco di tradizioni dell'Italia tutta: e qui basti accennare alle feste religiose che danno carattere e lustro a tante città e paesi.

Meravigliosa, dunque, la Sicilia, per il suo immenso, singolare patrimonio d'arte. Ma anche per altri titoli può dirsi tale. Per il paesaggio, anzitutto. Tutto tro­viamo in Sicilia: non solo l'immenso mare che la cinge — dalle cangianti tonalità di un azzurro che ora si incupisce nel viola, ora s'addolcisce in toni smeral­dini — ma anche un complesso di monti cosi vario da crearsi scenari sempre diversi. La natura geologica del sistema orografico siciliano sta alla base di queste differenziazioni paesistiche. Cosi, dagli appicchi quasi dolomitici delle Madonle, passiamo alle arenarie sor­montate da spuntoni rocciosi dei Nebrodi, ai tormen­tati profili di tipo appenninico dei Peloritani, alle glabre, tondeggianti alture dell'altopiano zolfifero e degli Erei, ai tavolieri calcarei degli Iblei. E, si badi: i monti sono come architetture dipinte, ognuno ha un suo volto e un suo colore. Un posto a sè occupa l'Etna: non una montagna soltanto, ma un fattore di storia per le sue umane implicazioni, come meglio vedremo nel capitoletto a lui dedicato. Le sue rocce laviche si spingono fin dentro lo Ionio e creano forre di fantasmagorica bellezza come quelle dell'Alcantara.

Paesaggio e clima, si sa, sono spesso strettamente collegati: senza il sole splendente della Sicilia come potrebbero vigoreggiare tante piante mediterranee e subtropicali e i fiabeschi agrumeti della plaga circum­etnea e della "Conca d'oro" di Palermo? Lungi dall'es­sere l'ultima delle prerogative dell'isola, il clima è proprio fra le prime a chiamare sulle sue spiagge -­quante ne sono sorte e quante ne sorgeranno! sui suoi clivi, sui suoi monti, folle crescenti da ogni parte del mondo. Bellezza e salute, dunque, sono i doni che sa offrirci questa Sicilia meravigliosa. Vi pare poco?

MARTEDì 13 DICEMBRE 2011 - AdministratorStampaE-mail
 
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