Itinerari artistico-culturali
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martedì 13 dicembre 2011 |
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Sicilia: la più grande, la più bella isola del Mediterraneo! E anche, non dimentichiamolo, nel quinto secolo prima di Cristo, grazie a Siracusa, la più potente: più della stessa Atene, faro del mondo! Fu il suo secolo, furono i suoi tempi d'oro. Di essi sopravvivono non solo rovine ma anche monumenti, talora quasi integri. Siamo, infatti, nella regione archeologicamente più ricca d'Italia. Taormina, Siracusa, Agrigento, Selinunte, Segesta, Tindari, sono solo le tappe più famose di un "itinerario archeologico" che non ha l'eguale, da noi, per numero e qualità di monumenti. In alcuni di questi, come, per esempio, nei teatri, si avverte quasi sempre l'intervento di Roma sulle strutture più antiche. In altri — e alludiamo ai templi di Agrigento, di Selinunte, di Segesta — rifulge la tradizione grecodorica. O meglio, va subito detto, siceliota, cioè greco-sicula. Che, fin dai tempi più remoti, la "sicilianità" fu un filtro che interpretò i modelli venuti da fuori secondo il proprio genio. Fu, questo genio, un senso del grandioso, del scenografico, perfino dell'iperbolico e insieme, della pienezza decorativa perchè nulla fosse lasciato inerte, senza espressione. Tradotto in termini letterari: un linguaggio quasi magniloquente e, nello stesso tempo, cesellato, fino al sofisma... Un linguaggio anticlassico in piena età classica. Ma torniamo all'esempio dei templi: alcuni sono, anzi erano, infatti, fra i più giganteschi dell'antichità e, parimenti, ostentavano un manto decorativo a stucchi colorati di inesauribile dovizia. Questa "sicilianità" l'avvertiamo fin dai tempi antichi proprio perchè in essi la Sicilia ebbe una sua vita, una sua politica e quindi, in certi casi, anche una sua arte. Dalla dominazione di Roma in poi, infatti, fu tutto un susseguirsi di sudditanze che peraltro consentirono in varia misura, come stiamo per dire, l'espressione del temperamento artistico isolano. E a proposito di Roma, non si dimentichi che la Sicilia, oltre ad altre belle testimonianze di quei tempi, vanta, a Piazza Armerina, il più vasto complesso musivo della tarda romanità: si ritiene che qui gli artefici fossero nordafricani ma certe espressioni di furore e di spasimo nei volti di Ercole e dei giganti bene si accorderebbero con lo spirito, come si e detto "magniloquente" degli indigeni. E attendiamo, ora, che il recentissimo rinvenimento di un vasto edificio romano presso Noto, anch'esso rivestito di mosaici, ci riveli, forse, altri orizzonti espressivi.
Sfogliamo ora molti secoli di storia per arrivare, in pieno Medioevo, ai tempi normanni. E qui ci si propo‑ne, come per l'antichità classica, un "itinerario normanno" di pari bellezza e interesse del primo: le sue tappe fondamentali sono Cefalù, Palermo, Monreale. I monumenti normanni sono frutto, oggi si direbbe, di un "compromesso" artistico che allea architetture nordeuropee, motivi strutturali e decorativi arabi nonchè un patrimonio preziosissimo di mosaici — forse il più grandioso d'Italia — nel quale s'avvertono, volta a volta, accenti mediorientali, bizantini e occidentali. E se qui l'apporto siciliano rimane in dubbio e, comunque, in sordina, già si fa più sonoro nella successiva architettura o meglio nella decorazione architettonica dell'estremo periodo gotico. E' questo il gotico d'importazione spagnola (gotico catalano) nella cui severa orditura di volumi fioriscono, ai portali, ai fine-strati, sulle cimase, rabeschi decorativi fini come ceselli: è lo "stile chiaramontano" presente in più luoghi in Sicilia, ma soprattutto a Palermo e nelle sue terre: nel quale si sente, divertita e trillante, la voce per così dire "esornativa" della "sicilianità". La quale si fa più tardi coro tonante, di cento, di mille voci, nell'età barocca e, soprattutto nella sua ultima fase, in quella settecentesca. Sicchè un "itinerario barocco" coprirebbe quasi l'intera Sicilia. Lo troviamo, infatti, questo stile, disseminato in interi quartieri di Palermo (per non parlare di chiese e di palazzi di singolare incanto) e in tanti altri centri dell'isola. Ma, con frequenza e fascino particolari, nelle città dell'angolo sudorientale che l'apocalittico terremoto del 1693 distrusse o per gran parte rovinò. Si vedano Catania, Siracusa, Ragusa, Modica, ma principalmente quel capolavoro che è Noto, interamente rifatto dopo il terremoto. Un barocco in cui la "sicilianità" trionfa, ove sempre palpita il sangue, la fantasia vola in cieli nuovi di bellezza.
A questi accenni al patrimonio architettonico isolano non possiamo far seguire, nemmeno per sommi ca-pi, dato il carattere estremamente suntuario del nostro scritto, informazioni relative alla scultura e alla pittura. Ma non ci è consentito ugualmente sottacere l'ammirato stupore che ci prende, in tante sale di musei archeologici isolani (e di Lipari), di fronte alla grazia, all'eleganza delle ceramiche dipinte venticinque secoli fa — e spesso qui giunte dal mondo greco — o di fronte alla forza espressiva di certe sculture — e qui alludiamo ad alcune metope dei templi di Selinunte —nelle quali ultime s'esprime a pieno il genio siceliota. E, saltando al pieno Rinascimento, ricorderemo le in‑numerevoli statue modellate dai Gagini — di lombarda prosapia — e dai Toro seguaci, che troviamo nelle chiese e nei musei di Sicilia: statue sempre di corretta fattura che, in alcune opere di Domenico e di Antonello Gagini, si trasfigura in poesia. Altri grandi maestri della scultura che operarono in quei tempi in Sicilia: il dalmata Francesco Laurana (il suo capolavoro è alla galleria nazionale della Sicilia di Palermo) e, ormai in piena età barocca, il palermitano Giacomo Serpotta, ambedue seguiti da vasto stuolo di seguaci. II Serpotta, poi, così esuberante e sensuoso, trepido e tenero, è un corifeo di "sicilianità".
Parimenti, per la pittura, ci soffermeremo solo su alcuni nomi sommi il primo è Antonello da Messina — il massimo pittore isolano di tutti i tempi — i cui dipinti sono nei musei di Messina, Siracusa, Cefalù e Palermo. La sua "sicilianità" non si esprime tanto in un atteggiamento formale quanto nei caratteri fisionomici dei personaggi dipinti: si osservino i volti delle sue Madonne e, più ancora, quello del Ritratto di ignoto di Cefalù, col suo sorriso sornione. Il secondo è i1 lombardo Michelangelo da Caravaggio, profugo da Malta in Sicilia, e ormai già vicino al tragico traguardo dei suoi giorni. Di lui ammiriamo grandi tele nel museo di Messina e nella chiesa di S. Lucia al Sepolcro di Siracusa (quella dell'oratorio di S. Lorenzo di Palermo non è stata ancora, purtroppo, recuperata): altrettanti drammatici brani della sua ardente, solitaria poesia. Moriva il Caravaggio e da poco era nato l'altro grande pittore siciliano: Pietro Novelli di Monreale — vicino alla finezza analitica del Van Dick ma con accensioni di colore caravaggesche — il cui capolavoro è nell'ex convento dell'abbazia di Monreale.
Anche in Sicilia convivono, con le "arti belle" le cosiddette "arti minori" che assolvono a compiti essenzialmente decorativi e che spesso costituiscono qualcosa di più di saggi d'abile artigianato: esprimono, cioè, con immediatezza particolare, lo spirito genuino di un popolo. Perciò sono frequenti gli agganci fra queste arti e il folklore. Si vedano, in Sicilia, due casi tipici di questo connubio: "l'opera dei pupi" e i "carretti". La prima, sorta forse agli inizi dell'Ottocento, era destinata soprattutto ai ragazzi e agli spiriti amanti dell'avventura: i sontuosamente agghindati e provvisti talora di sussidi meccanici, tramandavano su piccoli palcoscenici le eroiche leggende ispirate al ciclo carolingio, alle storie dei paladini di Francia, dei crociati e, dopo il 1860, dei garibaldini. Catania e Palermo furono i centri di maggior fioritura di quest"'opera" che oggi va sempre più rarefacendosi. Gli stessi temi dell'"opera dei pupi" ricorrono con ingenui ma talora sapidi dipinti, sui fianchi dei "carretti siciliani" che, in realtà, sono tutta un'orgia cromatico-decorativa che coinvolge carretto e asinello mentre i musicanti, in abito nero rituale, portano in giro l'aria di festa. Per il resto il folklore siciliano e tuttora il più ricco di tradizioni dell'Italia tutta: e qui basti accennare alle feste religiose che danno carattere e lustro a tante città e paesi.
Meravigliosa, dunque, la Sicilia, per il suo immenso, singolare patrimonio d'arte. Ma anche per altri titoli può dirsi tale. Per il paesaggio, anzitutto. Tutto troviamo in Sicilia: non solo l'immenso mare che la cinge — dalle cangianti tonalità di un azzurro che ora si incupisce nel viola, ora s'addolcisce in toni smeraldini — ma anche un complesso di monti cosi vario da crearsi scenari sempre diversi. La natura geologica del sistema orografico siciliano sta alla base di queste differenziazioni paesistiche. Cosi, dagli appicchi quasi dolomitici delle Madonle, passiamo alle arenarie sormontate da spuntoni rocciosi dei Nebrodi, ai tormentati profili di tipo appenninico dei Peloritani, alle glabre, tondeggianti alture dell'altopiano zolfifero e degli Erei, ai tavolieri calcarei degli Iblei. E, si badi: i monti sono come architetture dipinte, ognuno ha un suo volto e un suo colore. Un posto a sè occupa l'Etna: non una montagna soltanto, ma un fattore di storia per le sue umane implicazioni, come meglio vedremo nel capitoletto a lui dedicato. Le sue rocce laviche si spingono fin dentro lo Ionio e creano forre di fantasmagorica bellezza come quelle dell'Alcantara.
Paesaggio e clima, si sa, sono spesso strettamente collegati: senza il sole splendente della Sicilia come potrebbero vigoreggiare tante piante mediterranee e subtropicali e i fiabeschi agrumeti della plaga circumetnea e della "Conca d'oro" di Palermo? Lungi dall'essere l'ultima delle prerogative dell'isola, il clima è proprio fra le prime a chiamare sulle sue spiagge -quante ne sono sorte e quante ne sorgeranno! sui suoi clivi, sui suoi monti, folle crescenti da ogni parte del mondo. Bellezza e salute, dunque, sono i doni che sa offrirci questa Sicilia meravigliosa. Vi pare poco? |
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lunedì 03 ottobre 2011 |
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Fondata e abitata dagli Italici, in epoca non ben precisata alla primitiva popolazione si sovrapposero gli Etruschi. Al tempo della colonizzazione dell'agro fiesolano divenne col nome augurale di Florentia municipio romano a opera di Silla. Nell'età longobarda fu sede di un duca e nel periodo carolingio di un conte. Non acquistò tuttavia particolare importanza ne durante l'Impero romano né durante le dominazioni barbariche. La sua lenta ascesa ebbe inizio, infatti, soltanto nei secoli X e XI in concomitanza col generale risveglio italiano, raggiungendo la piena autonomia intorno al 1115, quando alla morte della Contessa Matilde a cui era soggetta (e approfittando delle contese tra Papato e Impero), riuscì a costituirsi in libero comune lottando contro i feudatari e a stabilire la sua egemonia sulle città vicine.
Nel Comune ebbero subito il predominio le classi magnatizie, in parte rappresentate dai mercanti più ricchi e dagli ecclesiastici, ma soprattutto dalle famiglie gentilizie perennemente in lotta tra loro per la conquista del potere. L'uccisione di Buondelmonte dei Buondelmonti (Pasqua 1215) divide la nobiltà in due partiti: quello degli Amidei e degli Uberti e quello dei Buondelmonti e dei Donati che, col nome di Ghibellini e Guelfi, si combattono accanitamente per quasi un secolo. Malgrado queste lotte di fazione, la città si arricchì con i commerci e si fece potente con le armi, assoggettando Pisa, Pistoia, Volterra ed Arezzo.
Dopo la vittoria di Monteaperti (1260), i Ghibelliniche erano stati cacciati dalla città dieci anni prima, vi rientrarono con a capo Farinata degli Uberti; ma, caduti gli Svevi, trionfa ancora la parte guelfa (1267) che e appoggiata dai ceti popolari. Firenze guelfa vince Siena nella battaglia di Colle Val d'Elsa (1269), e Mezzo in quella di Campaldino (1289), mentre l'altra rivale Pisa viene fiaccata dai genovesi alla Meloria (1284); l'egemonia di Firenze si afferma cosi su buona parte della Toscana.
Verso la fine del Duecento, contro un ritorno al potere dei ceti magnatizi insorge il popolo con gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella (1293). Ordinamenti che affidano il governo alle corporazioni artigiane, nelle quali tuttavia prevalgono le sette Arti Maggiori, costituite dal cosiddetto "popolo grasso" (nobili e ricchi mercanti).
Nel 1300 i Guelfi si scindono in Bianchi e Neri, guidati i primi dai Cerchi, i secondi dai Donati. I priori (tra cui c'e anche Dante) mandano in esilio i capi delle due fazioni; ma i Neri, sostenuti da Carlo di Valois inviato da Bonifacio VIII in loro aiuto, riescono a prendere il sopravvento ed esiliano i Bianchi e quindi lo stesso Alighieri (1302).
Nel 1342 un avventuriero francese, Gualtiero di Brienne duca di Atene, ottiene la signoria di Firenze a vita; ma i fiorentini, stanchi del suo malgoverno, lo cacciano dalla città (1343) riconquistando la libertà temporaneamente perduta. Per fronteggiare i pericoli della restaurazione dello Stato Pontificio attuata dal cardinale Albornoz, Firenze entra in conflitto con il papa Gregorio XI (guerra degli "Otto Santi" 1375-78), attraversando una profonda crisi economica e politica che sfocia nel tumulto dei Ciompi (1378): il "popolo minuto" (piccoli imprenditori e operai), sottoposto al severo controllo corporativo delle Arti, ottiene di costituirsi in proprie rappresentanze corporative, attuando una legislazione addirittura demagogica. Non tarda la reazione della grossa borghesia che, abbattuto il governo democratico e abolite le nuove Arti (1382), si chiude in una stretta oligarchia formata dalle famiglie più in vista (Albizi-Capponi-Uzzano).
Il nuovo regime, se ebbe il merito di salvare l'indipendenza del Comune dai tentativi egemonici di Gian Galeazzo Visconti (13901402) e di Ladislao re di Napoli (1409-1414), a lungo andare finisce ugualmente per dividersi in due gruppi contrapposti: uno di tendenza aristocratica, l'altro popolare.
La ricca ed ambiziosa famiglia dei Medici con Cosimo il Vecchio, soppiantati gli Albizi col favore del popolo, riesce ad ottenere il controllo della città (1434), instaurando di fatto anche se non ancora di nome, il regime di Signoria. Dopo Cosimo (1434-64) il predominio dei Medici prosegue col debole Piero il Gottoso (1464-69), che sembra compromettere le sorti della famiglia; ma suo figlio Lorenzo, che sarà poi detto il Magnifico (1449-1492), riesce a sventare la congiura dei Pazzi (1478) e a consolidare il proprio potere; stringendo inoltre alleanza con Napoli e Milano, crea un equilibrio politico capace di salvaguardare la liberta degli "Stati Italiani". Tuttavia, morto Lorenzo poco più che quarantenne, il figlio Piero non ne sa raccogliere l'eredita e di ciò approfitta Carlo VIII che entra in Firenze (1494). Ma i fiorentini infiammati dalle prediche del frate domenicano Girolamo Savonarola, riescono a scacciarlo e a istituire la Repubblica (1494-1512). Il rigore religioso e riformista del Savonarola non è però gradito al papa Alessandro VI Borgia. Savonarola è impiccato e bruciato nella Piazza della Signoria (23 maggio 1498) e i Medici tornati in Firenze rinsaldano il loro potere insediando anche due loro membri (Leone X e Clemente VII) al soglio pontificio. Il Sacco di Roma (1527) provoca come contraccolpo un nuovo crollo dei Medici e l'inizio della seconda Repubblica (1527-30); ma la pace di Barcellona tra Papa e Imperatore (1529) ne segna la fine. Infatti l’eroica resistenza dei cittadini all’assedio delle truppe imperiali, comandate da Filiberto d’Orange, e l’abilità di Francesco Ferrucci non servono ad altro che a rendere più gloriosa la fine della libertà fiorentina. La famiglia dei Medici allora insignita del titolo ducale con Alessandro (1532) e granducale con Cosimo I (1569) rende finalmente ufficiale il suo potere e, con la conquista di Siena (1555), allarga i confini dello Stato su cui governerà incontrastata fino al 1737, anno in cui, estintasi con Gian Gastone la discendenza maschile dei Medici, il Granducato viene assegnato a Francesco Stefano, duca di Lorena, marito di Maria Teresa d'Asburgo poi Imperatrice d'Austria. La Toscana quindi resterà strettamente legata alla casa d'Asburgo-Lorena fino alla morte del duca (1765), quando con la nomina a granduca di Pietro Leopoldo suo secondogenito, riacquista un'autonomia tale da consentire l'attuazione di importanti riforme di tipo illuminista nella seconda meta del XVIII secolo. Tranne che per il breve periodo della dominazione francese (1799-1815), la Toscana rimane sotto la casa degli Asburgo-Lorena fino al 1860 quando, con un plebiscito, viene unita al Regno di Vittorio Emanuele H. Avvenuta l'unificazione d'Italia, Firenze e tra il 1865 e il 1871 la capitale del nuovo Regno, ed è in questo periodo che i Savoia fanno demolire (1887) lo storico e antico quartiere del mercato vecchio, aprendo al suo posto l'attuale Piazza della Repubblica, purtroppo male inserita nel tessuto urbanistico della città, che ancora oggi conserva nel centro storico la sua fisonomia medievale e rinascimentale. Durante la seconda guerra mondiale Firenze, teatro di combattimenti tra partigiani e truppe tedesche, soffrirà danni notevoli specialmente nei quartieri pin antichi al di qua e al di la del Ponte Vecchio, l'unico dei ponti sull'Arno risparmiato nell'agosto 1944.
Altri gravissimi danni, specialmente nei quartieri lungo il fiume, Firenze li subisce durante l’alluvione del 4 novembre 1966. |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 03 ottobre 2011 )
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giovedì 22 settembre 2011 |
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Storia
Kavala appare nella storia attraverso i secoli con tre nomi: Neapoli, Cristopoli, Kavala.
Vediamo dettagliatamente questi periodi e che cosa di particolare si nasconde per la città.
Neapoli
Per la prima volta nella sua storia Kavala e riportata, alla meta del secolo VII, con il nome Neapoli. Si tratta di un piccolo abitato, una stazione — colonia degli abitanti dell'isola di Taso che volevano avere un collegamento con la ricca terraferma di fronte, cioè con le coste di Tracia, ma anche con il monte Pangeo, con ricchi giacimenti d'oro.
Nel 5° secolo Neapoli acquisisce I'indipen denza, facto testimoniato dall'emissione della propria moneta che raffigura la testa dell'orribile e abbominabile Medusa.
Nel 454 a.C. Neapoli aderisce alla Lega Ateniese, mentre nel 411 a.C., e nonostante l'assedio stretto ed insistente della città da parte dei Lacedemoni con a capo Eteonico, e con I'aiuto dei guerrieri di Taso, rimane fedele ai suoi alleati Ateniesi, mentre anche piu tardi, nel 377 a.C, continua a partecipare anche
alla Seconda Lega Ateniese.
Nel 340 a.C. Neapoli viene occupata da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno che fa trasformare Ia citta nel porto di Filippi, un'importantissima citta macedone che dista appena 15 chilometri entrando a N.O. nell'entroterra.
Dal diario di Manlio Vulso che passa dalla zona nel 189 a.C., al ritorno a Roma, dalla spedizione contro Antioco, re di Siria, ci informiamo che, in quel periodo, Neapoli faceva parte dell'Impero Romano.
Anzi, nel 42 a.C. Filippi diventa it teatro della battaglia omonima in cui predominano i successori di Giulio Cesare. II porto di Neapoli e la base navale della flotta guidata dai senatori repubblicani Bruto e Cassio, che partecipano alla battaglia, di enorme portata storica, contro Ottaviano ed Antonio.
Nel 49 d.C. Neapoli diventa la prima città europea a cui I'Apostolo Paolo approda per predicare e poter divulgare iI Cristianesimo.
Per quanto riguarda i secoli successivi c'è una moltitudine di testimonianze storiche, in cui Ia città e riportata, in molti casi, con il nome di Neapoli.
Per I'ultima volta la città viene riportata con questo nome nel 746 d.C., in un elenco di vescovi del Vescovado di Tessalonica, dove il vescovo di Neapoli occupava il 16° posto.
Cristopoli
II nome di Cristopoli viene riportato, per la prima volta, nell'815, anno in cui Gregorio Decapolite proveniente da Eno ed essendo in viaggio verso Tessalonica, approda a Cristopoli dove si ferma per qualche giorno.
Proprio qui, nell'838, viene arrestato I'accompagnatore di Gregorio Decapolite, liberato poi, dopo le richieste che aveva fatto Gregorio stesso a Cesare Alessio Mosele insediato in carica, a Cristopoli, dall'Imperatore bizantino Teofilo.
Nel 926 Basilio Cladone, generale della provincia dello Strimone a cui appartiene anche Cristopoli, ripristina la muraglia della città.
Nel 1097 I'esercito della Prima Crociata staziona a Cristopoli.
Nel 1154, nel libro del geografo arabo al-ldrisi (xii sec.), Cristo-poll viene riportata come città fortificata con un'intensa attività commerciale via mare.
Nel 1185 i Normanni conquistano e incendiano Cristopoli.
Nel 1205, dopo la presa di Costantinopoli dai franchi della Quarta Crociata, viene occupata dai baroni longobardi.
Nel 1246 I'imperatore Giovanni III Ducas Vataze passa per Cristopoli net tempo della sua spedizione contro Tessalonica.
Nel 1306 Amministratore di Cristopoli e il genovese Ser Jordi e la città viene riportata come “posizione fortificata”.
Nel 1321 Cristopoli viene occupata dalle truppe di Andronico III dopo essersi liberato a suo nonno e Imperatore bizantino Andronico II.
Nel 1343 durante il conflitto tra gli Imperatori Giovani V Paleologo e Giovanni Cantakuzeno, Cristopoli resta fedele al primo.
Nel 1365 Amministratore di Cristopoli e Alessio che, insieme al fratello Giovanni, sono i fondatori del monastero Pantocrator, sul monte Athos.
Nel 1387 i turchi conquistano Cristopoli e ne affidano l'amministrazione all'ex Despota di Tessalonica, Manuele Paleologo.
Nel 1391 i turchi occupano Cristopoli e Ia distruggono dalle fondamenta.
Per un breve periodo di tempo i Veneziani diventano signori del-la città di Cristopoli (luglio 1425), ma poi i turchi ritornano e con truppe potenti riconquistano la città, nell'agosto del 1425.
Kavala
Nel 1470 il nome Kavala, secondo una teoria, glielo diedero i genovesi dalla parola cavallo, visto che nella città che in quell'epoCa era un importantissimo nodo commerciale lungo la via Egnatia, si faceva la sostituzione dei cavalli affaticati. Riportato, per la prima volta nella storia, addirittura come toponimo nel diario di un capiano veneziano di nome Gian Maria degli Angiolello, che, riportato prigioniero dai turchi dopo la conquista dell'Eubea, passa anche da queste parti.
Trenta due anni dopo, nel 1502, ritroviamo nei diari del legislatore veneziano Martin Sanuto il nome di Kavala questa volta riportata come città abitata da popolazione cristiana.
Nel 1526 il viaggiatore francese Pierre Belon (1517-1564) menziona Kavala come una nuova città in cui presero dimora degli turchi e greci.
Nel 1530 il Sultano Solimano II il Magnifico, con Ibrahim, realizzano nella città grandi opere di ingegneria civile. In quel periodo si fa edificare l'acquedotto (Camares) e viene prolungata la cinta muraria,visto che la città era soffocata dentro le mura vecchie.
Nel 1549 Pierre Belon passa di nuovo da Kavala che la descrive come un bello e affollato abitato dotato di un grande porto che, però, lo interessano le condizioni meteorologiche, e così, quando scoppiano delle violente burrasche, i proprietari dei pescherecci, li ricoverano in sosta sull'arenile.
Nel 1591 viaggiando per Costantinopoli, passa da Kavala I'ambasciatore veneziano Lorenzo Bernardo con il suo corteggio. II suo segretario Gabriele Cavazza, che tiene un diario personale, descrive Kavala fornendo molti particolari sulla città. In questo diario sono riportate anche le cosiddette Camares, ossia l'acquedotto che trasporta l'acqua nella città dalla montagna di fronte, dall'attuale quartiere del Timios Stavròs (della Santa Croce).
Inoltre, descrive una darsena (nella posizione dove tuttora si trova una cantiere navale) nella quale si costruiva uno scafo di enormi dimensioni per I'epoca.
I riferimenti sulla città di Kavala aumentano di numero e ce ne sono una moltitudine di testimonianze. In concreto:
Nel 1611 i vascelli del duca di Firenze, con molti soldati a bordo, sbarcano a Kavala e tentano di conquistarla ma senza esito.
Nel 1628 l'ammutinamento dell'equipaggio della galera del Bey di Kavala Solimano conduce il vascello a Malta.
Nel 1667 Evliya Celebi, noto storiografo turco, da molte informazioni su Kavala e, la descrive come una città rumorosa con moschee e 500 case, organizzazione militare, guarnigione e con una fortezza con 7 porte.
Nel 1684 il veneziano Francesco Morosini tinge d'assedio e lancia contro la città numerose bombe dai mortai dei suoi vascelli, nel tentativo di conquistarla, ma senza esito.
Nel 1714 il viaggiatore francese Paul Lucas descrive Kavala come una città inespugnabile, con una muraglia ben conservata e un grande acquedotto (Camares) con una doppia fila di archi a tutto sesto.
Nel 1769 nasce a Kavala Mohammed Ali, fondatore, anni dopo, dell'ultima dinastia e gran benefattore della sua terra natale.
Nel 1771 navi russe sbarcano truppe a Kavala, dove saccheggiano animali e cibi. Nello stesso anno si stabilisce a Kavala la prima Casa commerciale francese.
Nel 1786 il console generale di Francia a Salonicco E.M. Cousinery visita Kavala e la descrive come un'affollata città con grande traffico commerciale e 900 case.
Nel 1817 per donazione di Mohammed Ali che nel frattempo era diventato pascià di Egitto, viene costruito l'Imaret.
Nell'ottobre del 1856 l'archeologo francese G. Perrot descrive Kavala come una città con quasi 5.000 abitanti dotata di un porto sufficientemente riparato, ma anche battuto da venti sudorientali.
II 1864 è un anno importantissimo, diciamo un punto di riferimento, per al storia più recente di Kavala, visto che questa, per la prima volta, si estende fuori della cinta muraria, sul promontorio di Panaghia. La comunità greco-ortodossa di Kavala, molto attiva a quell'epoca, chiede al Sultano permesso, e l'ottiene, di costruire una seconda chiesa tranne quella di Panaghia. Così, viene edificata, fino al 1867, la chiesa di San Giovanni e intorno a questa si crea,mano a mano, il quartiere omonimo the ha avuto come risultato l'estensione e lo sviluppo della città.
'del 26 di giugno 1913 il cacciatorpediniere "doxa" (gloria) con il maresciallo Kunturiotis, approda la baia di Kavala e libera la città. La bandiera greca viene issata alla sede di comando e poi viene nominato amministratore generale il capitano di corvetta, Kriezis.
Nel biennio 1916-1918, durante la I Guerra Mondiale, Kavala subisce una seconda e, questa volta, più spietata occupazione bulgara e viene liberata dopo di 26 mesi.
Nei 1922, dopo il disastro dell'Asia minore, arrivano e si stabiliscono a Kavala circa 25 mila di rifugiati greci, sradicati dalla loro terra natale.
Dal 1923 in poi, e con lo scambio di popolazioni e la ritirata dell'esercito turco da Kavala, la città viene abitata da popolazione puramente greca e nel censimento del 1928 conta 50.000 di abitanti.
Nel periodo tra le due guerre mondiali, Kavala conosce grande floridezza economica con lo sviluppo e la diffusione del commercio di tabacchi lavorati. Tabacchini greci ma anche molti europei costruiscono magazzini e la città si affolla di Consolati stranieri che servono i suoi affari economici con le case commerciali dell'Occidente. Circa l'80% della sua mano d'opera svolge lavori attinenti al tabacco. Com' e naturale si rafforzano anche le mobilitazioni del movimento sindacale che vi scatenano una serie di tumulti sociali, il cui colmo era quello del marzo del 1924, uno sciopero che durò 20 giorni. Negli anni 1941-1944 una nuova occupazione bulgara a Kavala. Grande recessione dello sviluppo economico della città. L'occupazione, e poi gli anni successivi della guerra civile (1944-1946) diedero il colpo di grazia al commercio di tabacchi che, poco a poco, decadde e sparì nel decennio del 1960.
Attualmente, nel centro di Kavala ci sono molti magazzini di tabacchi con muratura di colore marrone - rossiccio che, da una parte emanano il fascino dei bei vecchi tempi, ma dall'altra, purtroppo la maggior parte di queste, non è stata valorizzata a causa del complicatissimo iter burocratico che affronta chi tenta di restaurarli per valorizzarli.
Al giorno di oggi Kavala, vivendo in un fluido e insicuro contesto economico cerca di trovare la propria strada, con le aziende di estrazione e commercio di marmi, con il suo petrolio, il commercio e il turismo, per ravvivare la vecchia gloria signorile e per entrare nuovamente e con sicurezza nella strada dello sviluppo.

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Ultimo aggiornamento ( giovedì 22 settembre 2011 )
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martedì 14 giugno 2011 |
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II territorio della provincia di Venezia si estende lungo la parte della costa del mar Adriatico compresa fra l'area superiore del delta del Po e la foce del
Tagliamento. Comprende la Laguna di Venezia, parte residua di un più vasto e antico sistema di specchi d'acqua esteso fra Ravenna e Aquileia e interrotto dai delta dei fiumi Adige e Po. Uno specchio d'acque sul quale convogliano tre parti, delle parti di pianura separati da profonde penetrazioni: a Sud di Padova, sin dentro la Laguna; nel trevigiano, sino a lambire Mestre e a Portegrandi, nel bordo lagunare. Pianure formate dai depositi alluvionali dei fiumi che le percorrono nel loro tratto finale. Creata la prima dal sistema fluviale-deltizio dell'Adige e del Po; la seconda dal nodo idrico, naturale e artificiale, del Brenta-Bacchiglione e dalla maglia diffusa del corsi di risorgiva (Marzenego, Zero, Dese,Sile); la terza infine dai fiumi Sile e Piave.
L'evoluzione ambientale dell'area è da ricondursi all'azione dei fiumi e all'interagire fra le formazioni fluviali-delitizie e sistema marino. A ciò si aggiungono le opere dell'uomo mediante arginatura, canalizzazione e deviazione delle acque, prosciugamento e bonifica.
Intorno al 6-7000 a.C. la costa fra Ravenna e l'Isonzo era caratterizzata da lagune separate e da aree deltizie. Quella di Venezia ne costituiva una parte, esito del progressivo interramento prodotto dai fiumi che vi sfociavano. Da quella lontana età, la dimensione, e la morfologia del territorio sono sempre state in relazione con il succedersi dell'innalzamento e regressione del mare e di avanzamento e arretramento dei fiumi, e infine con i processi di interramento e di erosione che si sono susseguiti nei primi secoli dell'era cristiana. Gli eventi naturali e le vicende storiche hanno contribuito alla trasformazione dell’area. Nei primi secoli dopo Cristo diverse e significative sono state le trasformazioni attuate nell'area: la centuriazione sino ai bordi lagunari, la colonizzazione, sin dentro la Laguna nord, i primi insediamenti, gli scambi e le opere di trasformazione dell'ambiente per stabilizzare popolamento e garantire navigazione e commerci. Dal IV secolo in poi un progressivo abbandono e una crescente desolazione hanno accomunato terraferma e Laguna per il concorso di eventi storico, politici, demografici e di sconvolgimenti naturali. Con la stabilizzazione dei longobardi nel territorio durante i secoli e la chiara suddivisione fra la terraferma barbara e le lagune bizantine che ne deriva, l'area riprende vita e acquista fisionomia. Le comunità già presenti nel luogo si salderanno con complesse strutture sociali di intere città. L'antica pianura finirà cosi per gravitare sulla Laguna, contribuendo a formare la Venezia lagunare e a svilupparne l'identità. Fenomeno che la pace di Aquisgrana (812) fra franchi e Bisanzio favorirà, sancendo la separazione politica delle lagune dall'entroterra. Sarà la Repubblica a ricomporle al momento della formazione del territorio veneziano, assumendo il ruolo di cerniera che l'intero territorio aveva interpretato in età antica. II progetto, avviato con la Stazione marittima del 1880, e terminato nella creazione e sviluppo del porto e dell'area industriale di Marghera ha comportato una riduzione di un terzo dello specchio lagunare adibito alla creazione di aree produttive, residenziali e di servizi, all'attuazione di bonifiche agricole e alla creazione di valli da pesca.
Superata la sacca padovana si entra nell'estesa pianura formata dal Brenta e dai corsi di risorgiva, che a corona circondano l'agglomerazione di Mestre e di Marghera. Una pianura ricca di storia e paesaggi, suddivisa dalle moderne infrastrutture in tre parti con la gronda lagunare che, nonostante la presenza d'imponenti industrie e una crescita urbana elevata, sembra ancora oggi in grado di offrire alle istituzioni e alle collettivita ampie opportunità nell'attuazione di piani di riequilibrio territoriale e ambientale. A sud il territorio, di grande fascino paesaggistico, è compreso dal triangolo delle aste fluviali e canalizzate del Brenta-Bacchiglione. Le secolari vicende storiche hanno segnato e strutturato l'area: dapprima contesa da Padova e Venezia per motivi economici e per la divergenza dei rispettivi progetti di equilibrio idrogeologico, ovvero delle relazioni fra terraferma e Laguna; si è trovata poi, una volta riunificato l'entroterra da Venezia, al centro di un conflitto di interessi opposti, marittimo-commericiali da una parte e agricolo-manifatturieri dall'altra. II dissidio si è sviluppato in contrastanti opzioni d'assetto idraulico: regolazione dei fiumi e della Laguna per difendere il bacino dagli interrimenti, favorendo così attività portuali e navigazione, oppure difesa delle terre dalle alluvioni a favore di bonifiche e irrigazione. Ne è derivato un sostanziale equilibrio fra Laguna, bonifica e il diffondersi della civiltà della villa, perno del radicamento veneziano nella terraferma e della conquista delle campagne. Presenza puntuale e diffusa nelle grandi zone di bonifica a sud, più densa e concentrata lungo il Naviglio del Brenta, dove la vita in villa, ridimensionata l'originaria funzione agricola, fra '600 e '700 da forma all'economia del soggiorno secondo un rapporto di stretta dipendenza con Venezia, dal cui declino verrà sopraffatta. Grazie al graduale inserimento nel processo di industrializzazione, la pianura veneziana svolge oggi la funzione di rinnovata cerniera fra Padova e il polo industriale di Marghera. Oltre il Naviglio il territorio si presenta diffusamente urbanizzato attorno a una fitta maglia di centri che gravitano su Mestre. Per ubicazione quest'area è da sempre terra di transiti e scambi: inquadrata nel sistema della centuriazione e della grande viabilità romana; tormentata zona di contesa fra barbari delle prime ondate, longobardi e bizantini; cerniera fra le ambizioni territoriali trevigiane, padovane e veneziane; infine, dall'annessione a Venezia in poi, inserita in un vasto sistema di relazioni fra terra e acque. Ruolo accentuato ed esaltato negli ultimi decenni dai ritmi e dalle dinamiche socio-economiche e infrastrutturali tipiche del modello d'industrializzazione diffuso, nonchè dall'emergente forza attrattiva di Mestre. Lungo il seicentesco canale del Taglio del Sile, geomorfologia e idrologia risentono ormai dell'azione modellatrice del Piave.
Col dissolversi dell'impianto romano, il territorio è ordito longitudinalmente dalle comunicazioni fluviali e dal prosperare dei nodi di scambio fra costa e terre del nord. Nell'Ottocento si assiste a una nuova organizzazione degli assi trasversali di comunicazione. Oggi ferrovia, strada statale e autostrada separano la pianura alta, simile al Veneto con termine, da quella bassa, bonificata con continuità dal secondo Ottocento. Nella pianura alta il paesaggio offre l'intreccio di coltivi e vegetazione arborea tipico delle colture miste, con una cospicua presenza della vite e del frutteto. In quella bassa, il paesaggio agrario è caratterizzato dalle bonifiche e dagli appoderamenti del XIX e XX secolo, dalle opere di difesa del litorale, da un sovradimensionato sviluppo turistico della costa, mentre quello naturale conta ormai ridotte aree seppure di notevole rilievo naturalistico e ambientale: il corso del Piave e il Parco fluviale a San Donà di Piave, limitati boschi golenali, pinete litoranee, in gran parte recenti, utili per proteggere le bonifiche retrostanti e i lidi dall'erosione del mare, residue valli, paludi e barene.
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Ultimo aggiornamento ( martedì 14 giugno 2011 )
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